Un virus anticonsociativo s’avanza

Non tutta la crisi vien per nuocere. O almeno così pare. Il prodotto interno lordo non rialza la testa, i consumi flettono e l’occupazione latita, certo, e non c’è nessuno che di ciò possa rallegrarsi. Eppure è indubbio che proprio le crescenti difficoltà incontrate dalle autorità politiche per far quadrare sviluppo economico e rigore contabile stiano aprendo alcune contraddizioni positive nel dibattito pubblico italiano.
13 AGO 20
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Non tutta la crisi vien per nuocere. O almeno così pare. Il prodotto interno lordo non rialza la testa, i consumi flettono e l’occupazione latita, certo, e non c’è nessuno che di ciò possa rallegrarsi. Eppure è indubbio che proprio le crescenti difficoltà incontrate dalle autorità politiche per far quadrare sviluppo economico e rigore contabile stiano aprendo alcune contraddizioni positive nel dibattito pubblico italiano. Si odono ragionamenti inauditi, alla lettera: mai sentiti prima, sul nostro modo di lavorare, di fare impresa, di assicurare solidarietà a chi davvero ne ha bisogno, in definitiva sul modo di perseguire liberamente i nostri sogni e obiettivi.
Alle primarie del centrosinistra, per dirne una, abbiamo visto un candidato (Matteo Renzi) sfidare l’establishment di partito con parole d’ordine riformatrici che d’un tratto non paiono più minoritarie. E’ vero, Renzi è stato favorito dall’effetto “rottamazione” e da quello “generazionale”, ma la retorica sulla “partecipazione da record” alle primarie non può nascondere un programma, quello renziano, che al primo posto prevede una riforma del mercato del lavoro come l’ha pensata Pietro Ichino (giuslavorista e senatore del Pd). E cioè, in sintesi: più libertà di licenziamento per ragioni economiche in cambio di più tutele economiche per i licenziati e di più attenzione alle politiche per il reimpiego. Con uno slogan: meno sicurezza per i posti di lavoro garantiti, più opportunità per i lavoratori. E stiamo parlando dello stesso Ichino che si è espresso a favore della contrattazione aziendale a discapito delle ingessature della contrattazione nazionale di cui finora si è abusato soprattutto per volontà di Confindustria e Triplice sindacale. Una piattaforma così – tra un editoriale di Rep. contro il liberismo galoppante e un’intemerata anti Renzi o anti Ichino del segretario generale della Cgil Susanna Camusso – è riuscita comunque a convincere molti elettori (di sinistra), al punto da costringere il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, al ballottaggio per la leadership. Non è poco.
Contemporaneamente abbiamo un premier come Mario Monti che ieri veniva crocifisso da sinistra e sindacati per aver messo in guardia dallo “spirito conservatore” di quei dipendenti pubblici che non accettano di discutere di “produttività” per la Pubblica amministrazione. Monti ha anche accusato “i corporativismi che usano i giovani per perpetuarsi”, confermando la sua avversione a un metodo – quello della concertazione – che per decenni ha espropriato lavoratori e studenti del loro diritto di scelta e lo ha appaltato a strutture burocratiche sindacali e padronali sempre meno rappresentative, scaricando sul contribuente e sulle future generazioni i costi delle trattative. Poche illusioni: quello liberale e anti consociativo resta solo un virus, ma mostra oggi – in modo trasversale e contraddittorio – di avere vocazione maggioritaria e perfino di governo.